INTERVISTE

A colloquio con Aldo De Jaco † (*)
Il Rapporto fra Sindacato e Cultura

I consensi al progetto culturale dell’UNS® sono in forte crescita, eppure, appena qualche anno fa, ben pochi credevano nella possibilità di rilancio di una iniziativa sindacale degli scrittori e degli artisti
Non credo sia esatto affermare che eravamo in pochi a crederci, direi piuttosto che, dopo anni di latitanza e di assenza di iniziativa, si erano perduti i contatti. Gli scrittori si erano chiusi in un individualismo inconsapevole o, peggio, erano stati “chiusi” dalla mancanza di punti di riferimento e di aggregazione. Certo, i primi soci fondatori dell’UNS® – fra i quali vorrei ricordare, oltre al sottoscritto, il compianto Giuseppe Jovine (che ci ha lasciato in eredità il prezioso apporto del figlio Carlo), Massimo Nardi e Antonio Piromalli – hanno avuto il coraggio di ripartire praticamente da zero. Ma presto abbiamo ritrovato molti vecchi amici come Natale Antonio Rossi, Luciana Gravina, Corrado Calabrò, Stanislao Nievo, Maria Racioppi, Loreley Rosita Borruto, Maria Rosa Santiloni; poi se ne sono aggiunti moltissimi altri, noti e meno noti, che non avevano precedenti esperienze di sindacalismo culturale ma hanno aderito di slancio all’iniziativa. Da allora l’espansione è stata continua.

Tu hai interpretato decenni di sindacalismo culturale; per comprendere la realtà attuale dell’UNS® forse è bene fermarsi un momento a guardare indietro

La storia del sindacalismo culturale è costellata di passaggi significativi ma anche di crisi profonde. A partire dalle origini, sul finire della guerra, quando gli scrittori erano sottoposti ad una particolare forma di angoscia: quella di non aver fatto abbastanza contro il fascismo. Così gli intellettuali dell’epoca, nel ricercare la bandiera giusta per ripararsi dagli orrori del passato, hanno trovato la sinistra. Fu Di Vittorio, segretario della CGIL, a suggerire agli scrittori di organizzarsi in un proprio sindacato. Era tanto il prestigio dei sindacati, che gli scrittori furono lieti di inventarsi il proprio.

Quali attività svolgeva a quell’epoca il sindacato degli scrittori?

Desiderosi di schierarsi a sinistra ed ammirati della potente forza dei lavoratori, gli scrittori, o almeno un gruppo di essi particolarmente amanti della democrazia, vollero “sindacalizzarsi”, riuscendoci però solo formalmente mentre nel concreto vigeva ancora fra loro l’imperio dei salotti (come il salotto di casa Bellonci) e degli editori di origine più o meno progressista (come Einaudi, Feltrinelli ed altri). In questi ambienti il sindacato scrittori – e non c’è da meravigliarsene – decadde rapidamente e si limitò a far da formula in pro di certe imprese e di certi scontri, come per esempio nella diatriba sui premi letterari che vide Calvino rifiutare un premio di due milioni e incamerarselo invece il segretario del sindacato scrittori Bigiaretti, per una designazione che proveniva dal salotto Bellonci. A questo eravamo arrivati quando la generazione degli scrittori quarantenni alfine scoprì il Sessantotto.

Tu quando aderisti al sindacato?

Fu Bernari che per primo mi raccontò dell’esistenza di un sindacato degli scrittori chiedendomi di firmare la domanda d’iscrizione dato che Vittorini mi aveva appena pubblicato nei “Gettoni” i racconti de “Le domeniche di Napoli”.
Un sindacato di scrittori? “Onore e piacere” risposi e così mi ritrovai sindacalista (e credo di avere ancora in uno dei miei cassetti la tessera del 1954).

Parlaci della svolta del Sessantotto…

Era il 1969, per la precisione; incontrai il poeta Gianni Toti e Gianni mi disse di andar con lui perché si doveva far la rivoluzione nel sindacato scrittori “controllato” da Libero Bigiaretti. La lotta durò un paio di congressi e vi parteciparono un po’ tutti, io compreso.
Devo ammettere che gli intellettuali espressero in quella occasione, oltre alle loro virtù, anche i loro difetti. Se all’inizio eravamo un esercito che assediava la sede del sindacato, sei mesi dopo non c’era più nessuno, e quella forza, quella volontà di cambiamento espresse all’inizio, si erano rapidamente inaridite. Perché? Perché il sindacato non poteva spianare a un autore la via del successo; al contrario: se si voleva dare al sindacato una vera funzione, bisognava che esso fosse più combattivo di prima sul fronte della libertà della cultura. In tal senso diveniva preminente l’impegno per rinnovare, per esempio, la legge sul diritto d’autore (una legge che non è cambiata ancora).

A partire da quale momento hai assunto un ruolo attivo nella gestione del sindacato?

Da quella fase di lotta di cui ho parlato uscirono non uno ma ben cinque segretari pari grado che se ne andarono a fare ciascuno il segretario nella sua città (per la cronaca Milano, Roma, Modena, Lecce e Agrigento), con una funzione di “primus inter pares” per il sottoscritto che aveva il merito – e non altro – di abitare a Roma, non molto lontano da via dei Sansovino, sede sociale del sindacato. Così mi ritrovai quasi fatalmente ad essere segretario generale.

Ma una domanda a questo punto si pone: l’ha poi cambiato davvero il suo volto, il sindacato scrittori, dopo il rivolgimento del ‘69?

Credo proprio di sì, smettemmo di avere a che fare coi salotti ed orientammo il sindacato verso un campo di attività che realmente gli apparteneva: quello di rappresentare la categoria – attraverso la raccolta di firme, per esempio – quando si trattava di prendere posizione per qualcosa, dalla difesa della pace alla difesa della cultura.
Furono i tempi quelli in cui organizzammo i nostri più affollati congressi. Mi sarà difficile dimenticare l’incontro-scontro di Luciano Lama con un migliaio di scrittori, quanti ne erano convenuti in Umbria per il congresso, tra i quali c’era uno schieramento di persone serie ma anche un gruppo di provocatori… Eterno Don Chisciotte, Luciano Lama non vide affatto chi era arrivato fin lì per sentire il segretario della CGIL parlare dei problemi veri della cultura, vide solo dei rumoreggianti cialtroni che non avevano niente da chiedere e da dare. Così nessuno sentì Lama parlar di cultura, impegnato com’era a farci una terribile reprimenda, giustificata certo dai sopraddetti provocatori ma dimentica del semplice fatto che la maggioranza dei presenti erano la più impegnata parte della letteratura italiana vivente. Si perse una bella occasione, insomma, quella volta – e molte altre se ne sono perse successivamente – per cambiar quel braccio di ferro in una stretta di mano, in un abbraccio, in conclusione in una assunzione di responsabilità del sindacato sui temi della libertà della cultura e del rinnovamento delle vecchie istituzioni culturali.

L’altro momento qualificante della tua attività di quegli anni è rappresentato dall’apertura di un rapporto fra gli scrittori italiani e i paesi dell’Est. Oggi, nel clima comunitario della Unione europea, si comincia a rivalutare l’importanza di quell’esperienza

Non c’è dubbio. Tuttavia io non intendo assolutamente sopravvalutare la mia iniziativa. Se un merito c’è stato da parte mia, è di aver capito la realtà delle cose, non di averle inventate.
I paesi dell’Est guardavano a noi con simpatia perché eravamo una struttura che rispecchiava le loro organizzazioni di scrittori, e spendevano un sacco di soldi per organizzare dei dibattiti sulle questioni culturali. Tranne a pentirsi quando uno di noi si alzava – e devo dire che spesso ero io – e iniziava a discutere di libertà e di democrazia. Perché facevo questo? Per più motivi. Perché ero un uomo di cultura italiano, e perché ero un comunista italiano, che, dagli anni Cinquanta, aveva capito che essere comunista significava essere contro i paesi del socialismo reale. Erano tempi duri, nei quali lottare per la libertà della cultura significava talvolta lottare contro il Partito comunista stesso. Ti mettevano nella tragica condizione di essere contro l’organizzazione nella quale ti riconoscevi. Ecco, il sindacato scrittori era la forma con la quale io cercavo di avere la coscienza a posto. E ho fatto la mia parte. Poi, come si sa, il muro di Berlino è crollato, le ragioni della libertà e della democrazia hanno prevalso, e quello scambio culturale è venuto meno. Forse perché la democrazia non ha bisogno di certi dibattiti? Al contrario, credo che ne abbia bisogno più di prima…

Sembra che oggi stia maturando un clima culturalmente più vivace. Gli intellettuali tornano a interrogarsi sul loro ruolo, un po’ ovunque si registrano sintomi di un rinnovato interesse per la cultura… in un’atmosfera del genere, quali sono le prospettive dell’Unione Nazionale Scrittori e Artisti®?

A dire il vero, in questo momento sono molto ottimista circa il futuro dell’UNS®. Perché sarebbe assurdo non esserlo nel momento in cui l’azione degli uomini liberi, che combattono per le cose in cui credono, si va generalizzando. Prendi il fenomeno del volontariato… se diventa un modo di essere degli italiani, perché dovremmo rinunciare proprio noi, che siamo sempre stati animati da una stessa carica ideale? Naturalmente so benissimo che il nostro impegno non ci ha dato la forza di sventolare grandi bandiere, ma ci ha dato, se non altro, la convinzione che, in campo culturale, è giusto che vi sia qualcuno che si mette dalla parte dei valori da difendere. Noi dobbiamo vedere l’Unione Nazionale Scrittori e Artisti® come una forte organizzazione, che può raccogliere una pluralità di consensi sulla base di una lotta generale della cultura dalla parte del rinnovamento del paese. Certo, però, non avrebbe alcun senso un sindacato degli scrittori e degli artisti che guarda al passato. Dobbiamo essere capaci di riconoscere l’esigenza di un cambiamento profondo… come c’è stato nel Sessantotto. Del rinnovamento in atto nella società italiana – se ci crediamo, ed io ci credo – può far parte anche la cultura. Un tempo certi scrittori avevano nomi che pesavano, non certo in termini economici ma in termini culturali, in termini di impegno per la libertà e la democrazia, il che non è cosa da raccontare soltanto come un ricordo del nostro passato, è anche qualcosa per cui battersi oggi. Sì, secondo me oggi è essenziale che si torni a queste lotte, perché altrimenti si manca a un dovere verso le nuove generazioni, e a che serve in questo caso una nostra organizzazione?

Questo mi pare un punto fondamentale: il confronto intergenerazionale. Secondo me l’esigenza di gettare un “ponte” è assai avvertita

Nell’ultimo decennio non sono mancate voci significative, ma è la cultura a non dire nulla di nuovo, al punto che oggi finisci col conquistare una posizione soltanto se rinunzi alla novità del tuo impegno culturale. Tuttavia c’è una fase nuova nella vita del paese che vede protagoniste le nuove generazioni. E non mi si venga a dire che i giovani hanno smesso di scrivere! Certo, non saranno milioni, e tuttavia sappiamo che di pagine nei cassetti ce ne sono tante. Quello che manca è un canale editoriale che privilegi il talento, che attualizzi il tessuto della letteratura italiana… ci vorrebbe un Vittorini, insomma, e oggi non c’è. Tuttavia c’è la possibilità – e qui si gioca, a mio avviso, il futuro dell’UNS® – per organizzare le nuove generazioni, dargli un po’ di respiro, farle parlare, discutere, favorendo le nuove forme di dibattito. È in questa direzione che un sindacato rinnovato dovrà svolgere la propria funzione; non certo per gli scrittori della mia generazione – c’è stato un tempo anche per noi – ma per la generazione che oggi ha l’età che noi avevamo nel Sessantotto.

Insomma, quello che occorre è un grande movimento culturale

Io, se vuoi – di fronte alle difficoltà obiettive del sindacato scrittori – ho la responsabilità di un’idea: quella che il sindacato non poteva agire da solo ma doveva far parte di un grande movimento. E qual era questo grande movimento? non c’è bisogno di andare lontano, per me rimane un punto fermo: la discussione e il confronto con i grandi sindacati di massa. Per questo sono grato alla UIL di aver accolto l’Unione Nazionale Scrittori e Artisti® all’interno del sindacato confederale. Si sta affermando la coscienza di una cosa assai semplice: che non basta lottare per il salario, è necessario lottare anche per la libertà della cultura, quella che una volta si chiamava la “battaglia delle idee” e che oggi sembra non esistere più. La cosa essenziale da comprendere è che c’è una politica culturale da svolgere proprio in quanto UIL, perché il mondo della cultura ha bisogno di una azione intelligente e impegnata da parte del sindacato: si tratta di porre sul tavolo del proprio interesse e della propria azione, oltre ai problemi del contratto, dell’orario, dello sfruttamento, anche quello della creatività (e, in genere, del sapere). La cultura è uno schieramento non perfettamente definibile di milioni di donne e di uomini che della cultura si occupano nella scuola, nelle biblioteche e negli altri istituti culturali, deli-neando un fronte sconfinato di consenzienti e/o di oppositori, secondo come gli organizzatori della società sapranno agire.

(*) Aldo De Jaco† fu presidente dell’Unione Nazionale Scrittori e Artisti®