DOCUMENTI

L’idea antiquata e l’idea nuova dello spazio teatrale

La crisi del teatro è un concetto che attraversa l’intero secolo appena concluso.Quando Silvio D’Amico pubblicò un libro con questo titolo precisò di aver trovato oltre sessanta saggi già intitolati “La crisi del teatro”, scritti nell’arco di cento anni.
Malgrado tutto il teatro vive.
Andrea Camilleri dice che esso è paragonabile a certi alberi preistorici delle isole Canarie che sono pietrificati eppure all’improvviso misteriosamente germogliano.Durante i settanta anni che ci separano dal saggio di Silvio D’Amico abbiamo attraversato avanguardie e neo-avanguardie, classicità e sperimentazione, tradizione e ricerca, ma mentre lo spazio della teatralità si apre a sempre nuove strutture, idee e concezioni architettoniche e urbanistiche, e promuove nuove possibilità di espressione corporea, la nuova drammaturgia non trova molte possibilità di farsi conoscere e apprezzare. L’occupazione della riviste letterarie e delle rassegne teatrali da parte dei soliti noti fa sì che poeti, musicisti, perfino cantanti, scrivano dei testi unitamente ad attori e registi per poi metterli in scena, ma questo ha ingolfato il circuito di comunicazione e non ha prodotto molte novità sul piano letterario.Soprattutto non favorisce l’emersione di nuovi autori drammatici che scrivano pensando a una specifica curatela registica e magari presuppongano una determinata presenza attoriale: manca lo scrittore che scriva per il teatro, senza la pretesa di mettersi in scena da sé il proprio testo ma pensando per il regista e per un attore al quale proporlo.I motivi di questo blocco del sistema di circuitazione testo/spettacolo sono molteplici e noti. Proveremo a sintetizzarne alcuni allo scopo di stimolare la discussione sull’argomento.

  • La canalizzazione discutibile e talvolta umiliante degli accessi a determinati settori diviene un’esclusiva di chi è tutelato e protetto da certe relazioni personali o di gruppo. In tal modo la giusta selezione basata sulle capacità individuali scoraggia i giovani talenti. D’altro canto nelle accademie e nei centri di formazione pubblici e privati non si insegna a scrivere drammaturgicamente ma si rilasciano diplomi fondati su teorie e si salutano gli allievi diplomati con una bella stretta di mano e un caloroso “in bocca al lupo”. Nel paese in cui ogni giorno nasce un corso di scrittura creativa, un giovane che voglia scrivere un testo destinato alla rappresentazione e non alla lettura non conosce neanche la nozione di didascalia.
  • La scomparsa dell’impresario privato che si assume il rischio d’impresa perdendo o guadagnando denaro secondo le sue capacità di intuizione e la sua attitudine alla promozione dell’evento, determina l’impossibilità di finanziare la messinscena dei testi di autori sconosciuti che nelle giuste condizioni produttive potrebbero funzionare e risultare anche un buon investimento economico.
  • La non comunicazione fra scrittori e uomini di spettacolo che si ignorano a vicenda, i primi considerando marginale il settore quando non ne siano coinvolti, i secondi non leggendo romanzi e racconti e finendo a scriversi i propri testi sempre più ermetici e capziosi, in cui la parola è puro pretesto per articolare un momento scenico in cui corporeità, light-design e musica esercitano una concentrica azione invasiva dello spazio teatrale in cui letteratura e poesia sono sempre più latitanti.

Del resto sebbene molti scrittori contemporanei (da Flaiano a Pasolini, da Leonardo Sciascia a Turi Vasile, da Moravia a Testori, dalla Ginzburg alla Morante, di cui mi sono occupato in un specifico saggio, fino al lungo lavoro di Dacia Maraini) si siano misurati col teatro, permane nella categoria una sorta di diffidenza verso tale forma espressiva anche perché il passaggio dal momento testuale a quello spettacolare non sempre dà i risultati sperati in tempi brevi.La mancanza di una continuità di confronto tra l’autore e coloro che agiscono operativamente in teatro determina una situazione in cui i giovani scrittori non pensano più in termini poetici o drammatici ma solo in termini narrativi nella speranza di essere pubblicati dalle case editrici più in voga o di finire nei giornali come articolisti. Questo danneggia le vocazionalità, e omologa in termini di comunicazione letteraria un’intera generazione che ha perso la memoria della lingua e la spontaneità del parlato (quindi dell’emozione che aspira a venir fuori) e mantiene soltanto l’ufficialità televisiva e il ritmo concitato dell’immagine, in accordo con il confuso rumore della contemporaneità.

Gennaro Colangelo
Comitato Direttivo Unione Nazionale Scrittori e Artisti